xxx Packaging Cosmetico: quali sono le informazioni necessarie e quali le maggiori criticità per le aziende cosmetiche? |

Packaging Cosmetico: quali sono le informazioni necessarie e quali le maggiori criticità per le aziende cosmetiche?

cosmetics

 

 

 

 

 

 

 

Risponde:

Elisabetta Scordari
Regulatory Affairs Specialist – Responsabile Servizio Tecnico
DEBORAH GROUP

Quali sono le informazioni necessarie da inserire in etichetta?

Le informazioni da inserire in etichetta sono riportate in modo molto preciso nell’articolo 19 del Regolamento 1223/2009.

Il legislatore riserva un intero articolo a questa tematica, tale ne è l’importanza: queste indicazioni, infatti, rientrano tra le peculiarità di sicurezza per evitare un uso improprio e potenzialmente pericoloso del prodotto cosmetico.

Sintetizzo, in breve, il contenuto nell’articolo.

In primis, occorre distinguere tra pack primario e secondario.
Con l’aggettivo “primario” si intende ciò che è direttamente a contatto con il prodotto (p.es. il flacone, il barattolo, etc); per pack “secondario”, invece, si intende ciò che non è a contatto con il prodotto (p.es. il carton box), che il consumatore vede al momento dell’acquisto e potrebbe eliminare, però, una volta arrivato a casa.
Sarà necessario riportare sul pack primario tutto ciò che risulta fondamentale per un corretto uso ed una corretta conservazione del prodotto:

ragione sociale (perché il responsabile di immissione in commercio sia reperibile in caso di problemi),

– la quantità di prodotto (se inferiore a 5 g o 5 ml, è possibile omettere questo dato),

– la data di scadenza o, se il prodotto ha una durata minima superiore ai 30 mesi, il simbolo del PAO (period after opening), che rappresenta il numero di mesi in cui è possibile utilizzare il prodotto, in seguito alla prima apertura, senza che esso stesso presenti dei rischi per la salute del consumatore o perda le sue peculiarità,

precauzioni particolari di utilizzo, sia quelle ritenute utili dalla società responsabile dell’immissione sul mercato, per un opportuno uso del prodotto, sia quelle previste dagli allegati III, IV, V e VI del Regolamento,

– il numero di lotto, che può essere riportato anche solo sull’imballaggio secondario, in caso di ridotte dimensioni del flacone (necessario perché, in caso di problematiche, sia possibile attuare la tracciabilità),

– la funzione del prodotto (che può essere omessa, se facilmente intuibile, come per esempio per un rossetto),

– l’elenco degli ingredienti, che può essere riportato anche solo sull’imballaggio secondario, costituito da tutti gli ingredienti ordinati in ordine decrescente di immissione in formula,

– indicazione del Paese di origine, obbligatoria per prodotti provenienti da Paesi extra-UE.

Il pack secondario, qualora ci sia, diventa il primo mezzo per comunicare al consumatore; riporterà, dunque: la funzione e la composizione del cosmetico, la quantità del prodotto, la ragione sociale, la durata minima del prodotto o il simbolo del PAO, eventuali warnings previsti dalla normativa, indicazione del Paese di origine e le promesse marketing che costituiscono la driving force per l’acquisto.

Quali sono le maggiori criticità per le aziende cosmetiche?

Il maggiore problema che si presenta al Grafico che deve assemblare in maniera originale e creativa sia i desiderata del Marketing sia le indicazioni obbligatorie del Regulatory, è la gestione degli spazi e degli ingombri.

Molte sono le indicazioni da inserire; tutte devono essere accessibili, leggibili e riportate nella lingua del Paese dove il prodotto sarà commercializzato.

Altrettante sono le “necessità marketing” che rendono il prodotto più appealing per il mercato.

A questo proposito, la normativa prevede delle deroghe in caso di impossibilità pratica nel riportare tutte le indicazioni: lista degli ingredienti, precauzioni di impiego, consigli d’uso, potranno comparire su una fascetta o un cartellino legate al prodotto, su un foglietto di istruzioni o sul contenitore dove è riposto il prodotto per la vendita. Ovviamente, è necessario che sul prodotto compaia un simbolo (il simbolo del libro aperto) che suggerisca al consumatore una consultazione accurata di queste appendici del cosmetico che acquista.

Il concetto di “impossibilità pratica” è, tuttavia, piuttosto controverso: la legge indica come esempi le perle da bagno o prodotti molto piccoli. Le aziende spesso devono bilanciare la necessità di “vestire” il  cosmetico , di solito di dimensioni piuttosto ridotte, in modo attraente, non tralasciando di indicare i claims marketing più variegati, senza dimenticare gli obblighi di legge.

Anche l’utilizzo di etichette multilingua è piuttosto diffuso: è una soluzione conveniente dal punto di vista economico perché permette di presentare lo stesso prodotto su mercati di diversi Paesi.

Infine, nel settore cosmetico, spesso si immettono sul mercato prodotti declinati in diverse varianti di colore. Anche in questo caso, la normativa prevede un utile escamotage: l’utilizzo del “may contain” o del simbolo “+/-“ al termine delle lista degli ingredienti di base, prima di elencare i diversi coloranti presenti nella vasta gamma di nuances.

Tuttavia, l’ingombro delle varie traduzioni o delle liste di ingredienti comuni ai diversi colori, pur trattandosi di un’alternativa ben preferibile alla stampa di innumerevoli etichette, rappresenta un’ulteriore complicazione, dal punto di vista della gestione degli spazi sugli imballaggi, per la comunicazione al consumatore.

 

In che modo viene preso in considerazione il packaging ai fini della sicurezza del prodotto?

Secondo la mia esperienza, la criticità maggiore da valutare è il possibile rilascio di sostanze potenzialmente pericolose, da parte del pack nel prodotto, dopo periodi di tempo piuttosto lunghi o in condizioni ambientali “di stress”, ma ragionevolmente prevedibili (p.es. mi vengono in mente i flaconi contenenti i prodotti solari che sono esposti per diverse ore alla radiazione solare.).

In genere, infatti, per bypassare il problema, si preferiscono imballaggi costituiti da materiali utilizzati anche nel settore alimentare. Dunque opportunamente valutati, da questo punto di vista.

In caso di dubbio, si fanno dei test sul prodotto, dopo che è stato lasciato per un certo periodo di tempo in stufa, all’interno del packaging scelto: si cercano, quindi, impurezze o contaminanti derivanti dal pack.

La difficoltà maggiore sta nel capire, assieme al fornitore del packaging, quali sostanze andare a cercare. Si tratta di riflessioni a priori che necessitano della collaborazione costruttiva delle società che vendono imballaggi, le quali conoscono in modo approfondito le materie prime costituenti il pack e possono aiutare ad intuire i possibili contaminanti che potrebbero rilasciare flaconi, barattoli, bottiglie.

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